Il 24 febbraio 2022 Putin ha invaso l’Ucraina, uno Stato libero e sovrano. L’idea di Putin era quella di un conflitto veloce e risolvibile in poche settimane ma la
resistenza ucraina, fortemente sostenuta dall’Occidente, ha trasformato quella che doveva essere una breve avventura in una guerra di logoramento e ha riportato,
dopo 80 anni, la guerra in Europa. La gravità del conflitto in corso e il forte impatto che questo ha avuto all’interno dell’Ue, ha riportato in luce il dibattito sulla necessità, per la Comunità Europea, di uno strumento militare comune e unico: un “Esercito Europeo”. Ma perché si continua a parlarne da anni senza mai arrivare ad un progetto
concreto? Il problema principale è la volontà politica: infatti, in un’Europa dove le posizioni in politica estera risultano essere così differenti tra i vari stati componenti, è oltremodo
difficile giungere a un consenso su cosa fare, come farlo e, nel caso, ancor peggio, sarebbe, sulla possibilità di inviare truppe comunitarie. Non è solo una questione di politica estera ma anche di opinione pubblica in quanto, in Stati come ad esempio l’Italia, ogni decisione di politica diventa motivo di aspro scontro politico a tutti i livelli e l’impiego dello strumento militare all’estero è spesso tenuto sottotraccia, mascherato da “missioni di pace” e generalmente condizionato da pesanti limitazioni. Quello che servirebbe in modo prioritario è ciò che comunemente viene chiamato “struttura di comando interforze”, cioè un sistema di comando e controllo che armonizzi forze terrestri, aeree, navali e cyber e che le tenga in contatto con i decisori politici. Ciò che serve però, ancor prima dell’unità politica e dell’opinione pubblica, è la necessità di creare una strategia e una azione unitaria in ambito di intelligence. Infatti, la difficoltà di collaborazione tra agenzie di intelligence a livello europeo deriva principalmente dalla mancanza di un sistema unico di Servizi che, invece, vengono regolati in modo diverso nei vari Stati. Questo porta ad un intralcio pesante sia sul coordinamento che sull’operatività comune che infatti a oggi non esistono, se non parzialmente. È giusto sottolineare come, all’Unione europea, non manchi solamente una politica estera comune ma anche una politica fiscale, una politica comune sulle ondate migratorie e, visto il recente passato, si sottolinea la mancanza anche di politiche sanitarie e anti-pandemiche comunitarie. In pratica le uniche politiche comuni riguardano la moneta, il mercato e la concorrenza e la libera circolazione dei cittadini comunitari. Uno dei problemi principali potrebbe essere individuato nel fattore decisionale. Per creare un esercito comune europeo è ovviamente necessaria una direzione politico-militare unica e riconosciuta da tutti i ventisette Stati che però funzionano, e continuano a funzionare, tramite la regola vincolante dell’unanimità, principale ragione dell’immobilismo e della profonda crisi politica e identitaria.
Altro problema, non meno rilevante, è quello degli interessi divergenti: gli Stati dell’Unione europea hanno, il più delle volte, interessi nazionali inconciliabili. Per fare un esempio, basta ricordare la rivalità tra Francia e Italia in Libia che origina soprattutto dalle necessità di approvvigionamento petrolifero. Il risultato è che in campo di politica estera, i 27 non sono d’accordo praticamente su nulla ed è quindi difficile che quest’unità si possa trovare a partire dalla sicurezza militare o dal comando delle future truppe europee.
Sono temi su cui si discute da 70 anni e in tutti questi anni non hanno, e continuano a non avere, risposte e a trovare un terreno comune. Ad ogni modo, il periodo storico a cui stiamo assistendo ha fatto sì che gli stati europei si compattassero in tempi record per affrontare al meglio le varie questioni. Potrebbe dunque essere la volta buona per provare a fare dei passi avanti in materia.
Eleonora Catanzaro