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A cura di Giulia Boero
Storie queer* e dinamiche di genere: chiavi di lettura di mondi ancora poco esplorati

Linee sul Corpo

Retaggio degli intrecci tra i capelli usati dagli schiavi del Nuovo Mondo per disegnare le proprie vie di fuga. Gli infiniti sentieri e le mappe scritte anche sulla pelle

Nelle società pan-africane le treccine (o cornrows, “fila di semi sulla pannocchia di mais”) sono indicative di una varietà di concetti sociali legati all’identità: parentela, età, religione, status, etnia. Poste nella parte più alta del corpo, si pensava fossero il tramite usato dalle divinità e dagli spiriti per raggiungere l’anima. Linee sul corpo, vocabolario tra i capelli che a partire dal XVI secolo gli schiavi del Nuovo Mondo (in particolare le donne) utilizzarono per creare mappe con indicazioni, vie di fuga utili anche a chi non sapeva leggere e scrivere.
Un’idea nata da Benkos Bioho, antico re dell’attuale Guinea-Bissau, che - in fuga da Cartagena - fondò nel 1713 il primo villaggio libero delle Americhe per rendere gli schiavi di nuovo liberi. Intreccio di storie, di comunità sradicate e resistenza identitaria, ancora prima che politica, in contrasto con la volontà di trasformare esseri umani in «opere assenti», per dirlo con il filosofo Achille Mbembe. Un filo rosso che arriva ai giorni nostri in cui, tra globalizzazione e transnazionalità, si assiste a una dicotomia tra culture afro-americane (a cui viene chiesto di omologarsi a un’estetica occidentale per frequentare scuole e chiese, essere accettati socialmente) e società che vivono nella bolla del privilegio bianco, ma anche accusate di spettacolizzare in maniera glamour un’identità altra, ancora oggi sminuita a livello sociale.
C’è una differenza, sottolineano le comunità afro-americane, tra la rappresentazione e l’appropriazione culturale,
che utilizza tratti distintivi del mondo black come costume da indossare e smettere all’occorrenza. C’è l’esigenza di avere spazio a sufficienza per raccontare certe realtà e non cadere nel «pericolo della singola storia», come direbbe Chimamanda Ngozi Adichie. È qui che inizia la nostra narrazione. Attorno a questioni legate a identità, lingua, cultura, disconoscenza e mondi fatti di culture altre (dall’Europa all’America Latina, dall’Africa alle isole del Pacifico).
Dinamiche di genere e queer, per provare ad aggiungere voce a chi voce cerca.


                                                                                                                                       Giulia Boero