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A cura di Nicola Ferraro
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DUE STUDI PER UN SIERO ANTI-COVID FINALMENTE EFFICACE

Una sperimentazione britannica sembrerebbe dimostrare che gli anticorpi di un siero potrebbero proteggere contro il Covid-19 per un periodo tra i 6 e i 12 mesi

  

Il giornale britannico The Guardian, in edicola nel Regno Unito nel giorno del Natale 2020, ha dato notizia degli sviluppi molto positivi di due studi allestiti da un gruppo di ricercatori britannici impegnati nella lotta senza quartiere al COVID-19. Le sperimentazioni riguardano un siero (un farmaco che contiene anticorpi utilizzabili immediatamente) che si sta dimostrando molto efficace nel bloccare gli effetti devastanti indotti dall’infezione virale. 

“Gli scienziati britannici -affermava la testata- stanno sperimentando un nuovo farmaco che potrebbe impedire a chi è stato esposto al coronavirus di sviluppare la malattia COVID-19 e che, secondo gli esperti, potrebbe salvare molte vite. La terapia anticorpale conferirebbe un’immunità immediata contro la malattia e potrebbe essere somministrata come trattamento d’emergenza ai pazienti ricoverati in ospedale e ai residenti delle case di cura per aiutare a contenere le epidemie.

Alle persone che vivono in famiglie in cui qualcuno si è ammalato potrebbe essere iniettato il farmaco per assicurarsi che non si infettino anche loro. Potrebbe anche essere somministrato a studenti universitari, tra i quali il virus si è diffuso rapidamente perché vivono, studiano e socializzano insieme”.

Il siero in sperimentazione si candida insomma a diventare una sorta di completamento ideale dell’arsenale di vaccini già disponibili o in dirittura d’arrivo per entrare in distribuzione.

Il farmaco è stato sviluppato da UCLH (University College London Hospitals NHS Foundation Trust ) e AstraZeneca, l’azienda farmaceutica che, insieme all’Università di Oxford, ha appena brevettato un nuovo vaccino che la Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (l’AIFA britannica) ha già approvato per l’uso in Gran Bretagna. Analoghe autorizzazioni per lo stesso vaccino sono state concesse fino a questo momento anche in India e Argentina.

La nuova sperimentazione britannica (https://www.nihr.ac.uk/news/uk-recruits-first-global-patient-to-antibody-treatment-study-to-protect-against-covid-19/26458) sembra dimostrare che gli anticorpi di questo siero proteggono contro il COVID-19 per un periodo compreso tra i sei e i 12 mesi. Gli arruolati alla sperimentazione hanno ricevuto il farmaco in due dosi successive e il prodotto, una volta ammesso alla distribuzione (secondo le previsioni più ottimistiche già a marzo o aprile di quest’anno), potrebbe offrire una efficace protezione a chi è stato esposto al virus negli otto giorni precedenti.

Il siero non si candida quindi come alternativa ai vaccini già in uso o in avanzata sperimentazione ma come supporto prezioso utilizzabile anche durante le campagne vaccinali; in altre parole è un presidio farmaceutico specifico studiato per difendere immediatamente la salute di chi non è nelle condizioni di attendere la protezione offerta dalla produzione personale di anticorpi indotti dalla vaccinazione. Ricordiamo che l’efficacia (pur altissima) di questi nuovi vaccini anti-COVID-19 non raggiunge mai il 100% e che esiste una parte residuale della popolazione che per motivi vari non potrà beneficiare della vaccinazione. Si pensi poi che tutte le campagne vaccinali adottano criteri di priorità condivisi sulla base delle conoscenze scientifiche attuali e che, quindi, chi non sarà immediatamente immunizzato, per qualche tempo correrà il rischio di infettarsi e di contagiare chi gli sta accanto.

Per una delle due sperimentazioni di cui ha dato notizia The Guardian i ricercatori hanno scelto un nome immaginifico: “Storm chaser”, “cacciatore di tempeste”, forse più adatto ad un aereo militare o a un carro armato. Ma, onestamente, è difficile smentire il fatto che il prodotto finale della sperimentazione britannica non sia catalogabile anche come arma al servizio della salute: il tentativo, che sembra avere successo, ruota infatti intorno agli effetti positivi (nell’arrestare l’infezione del virus) indotta da due anticorpi monoclonali individuati e riprodotti in quantità idonee per essere usate come farmaco.

Gli anticorpi sono molecole proteiche che il sistema immunitario produce per combattere gli agenti infettivi (virus, batteri, funghi, protozoi) e qualsiasi altra componente estranea al profilo genetico di un individuo: sono ad esempio gli anticorpi a produrre la reazione di rigetto dopo un trapianto se non si attua tempestivamente una terapia immunosoppressiva.

Gli anticorpi monoclonali sono invece prodotti artificialmente in laboratorio e progettati come possibili trattamenti medici. Gli anticorpi monoclonali sono progettati per essere iniettati direttamente nel corpo in modo che aggrediscano immediatamente l’ospite indesiderato, mentre i vaccini incoraggiano il sistema immunitario a produrre per conto suo gli anticorpi contro l’aggressore.

È importante ricordare che terapie con anticorpi (meno mirate rispetto a quella che si tenta di realizzare ora in Gran Bretagna) erano già state tentate un po’ovunque nello scorso anno attraverso l’utilizzo degli anticorpi prelevati dal sangue malati che avevano superato la malattia indotta dal virus responsabile del COVID-19.

Gli studi britannici di cui ha parlato The Guardian sono focalizzati sulla sperimentazione di due anticorpi noti come AZD7442.

Il secondo studio, “PROVENT”, https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT04625725, sta esaminando specificamente l’uso della combinazione di anticorpi a lunga durata d’azione in persone che potrebbero non rispondere alla vaccinazione, per esempio quando il sistema immunitario è compromesso. Gli anticorpi sono stati ingegnerizzati per aumentare la durata della copertura offerta dagli anticorpi da sei a dodici mesi dopo una singola somministrazione.

È importante dire che anche questi anticorpi monoclonali (come tutti i vaccini anti COVID-19 in circolazione e in sperimentazione) hanno come bersaglio le proteine “spike” del virus in modo da bloccarne l’attracco sulla superficie delle prime cellule che aggrediscono: le mucose delle vie aeree superiori. Sono proprio le proteine “spike” (poste a corona sulla superficie esterna del virus) ad aver dato il nome al virus e proprio con queste proteine avviene l’ancoraggio del virus alle cellule della mucosa di naso e gola della persona appena infettata.

In entrambi gli studi, i ricercatori stanno valutando se il trattamento riduce il rischio di sviluppare COVID-19 e/o se riduce la gravità dell’infezione rispetto al placebo somministrato ad un altro gruppo di persone arruolato in questa sperimentazione.

I principali gruppi di partecipanti alle due sperimentazioni includono operatori sanitari, studenti che vivono in alloggi di gruppo, soggetti entrati in contatto con malati da COVID-19, residenti di strutture di assistenza a lungo termine e operatori in ambienti industriali/militari.

Entrambi gli studi si stanno svolgendo presso il Centro di ricerca sui vaccini dell'UCLH, inaugurato soltanto nel dicembre 2020, con il patrocinio del NIHR UCLH Biomedical Research Centre, per contribuire ad accelerare lo sviluppo di nuovi vaccini e trattamenti durante la pandemia COVID-19.

 

     Nicola Ferraro