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A cura di Rosa Revellino
Relazione tra linguaggio e genere.

“Il nostro viaggio linguistico inizia dalla scelta delle parole”

Femminilizzazione dei nomi dei ruoli apicali? Un problema culturale o una questione di inconscio?

Chi guarda alla neutralità della funzione e non del genere che processo mentale mette in atto?
Sono queste alcune questioni cruciali che ci troviamo ad affrontare quando parliamo di linguistica, stereotipi e genere.

La capacità di riflettere sulle strutture del linguaggio si chiama  competenza linguistica ed è il sapere che spesso manca nella nostra società. Per opportunità a volte si preferisce non riflettere. E la scelta di una forma al posto di un’altra in realtà attesta una noncuranza linguistica che penalizza la nostra comunicazione ed anche la  nostra identità.

La scelta della parola invece è molto importante perché orienta gli interlocutori nel dove collocare chi parla. Dalla lingua infatti passa il posizionamento del soggetto sia perché lo inserisce in una gerarchia sociale sia perché lo fa appartenere ad un mondo di riferimento cioè gli dà un nome.

Apriamo quindi il grande tema dell’identità che coinvolge diversi livelli di analisi e interpretazione. Dal punto di vista del linguaggio l’identità si costruisce gradualmente ed è in continuo cambiamento.
Aggiungiamo una paio domande al punto zero del nostro percorso: il genere come si compromette con l’identità? Possiamo far coincidere le due misure?

E l’identità si chiarisce nella funzione professionale?

Questi interrogativi sono le anse di dibattito che oggi si infuocano di polemiche e conflitti in tavoli istituzionali e arene mediatiche.
Cioè mettono la lingua a stretto contatto con il peso del potere e della sopraffazione.
Conosciamo da tempo l’intima condivisione tra lingua e potere ma - come per rimozione- trasciniamo il discorso sul piano mediocre della regola grammaticale e/o della norma codicistica.

Facciamo un esempio concreto. La funzione professionale -  che non è né maschile né femminile ( il sindaco rimane sindaco) - crea uno spazio neutro che non esiste nella grammatica della nostra lingua.

Ma questa osservazione è sufficiente per fare luce sulla decisione di alcune donne che scrivono sulla propria presentazione attribuzioni come “magistrato” , “avvocato”, “medico”…

Lo vedremo insieme nel nostro viaggio linguistico…

 

Rosa Revellino